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Paolo Valente

Arrivi e partenze. La città sul confine
e le identità in movimento

1. Storia e politica

In una terra come l’Alto Adige si fa esperienza quotidiana dell’intima connessione tra politica e storia. È nella storia che si possono trovare i motivi profondi delle situazioni, delle relazioni e delle reazioni politiche presenti. D’altra parte la politica è divisa sull’atteggiamento da assumere di fronte alla storia: se prenderne atto in maniera il più possibile obiettiva per trarne delle indicazioni teoriche e pratiche o se farne invece un uso strumentale, per così dire “ideologico”, allo scopo, ad esempio da parte di un partito, di dare giustificazione alla propria esistenza in un certo modo, a un sistema di potere, a questa o a quella decisione.

In ogni caso l’“uso pubblico” (Di Michele 2004) della storia si rivela pressoché necessario dal momento che la politica, nei fatti, non può prescindere dalla storia. Diciamo che essa, la politica, può avere con la storia un rapporto più o meno corretto, può farne un “uso” più o meno cattivo. Da questo punto di vista le celebrazioni “hoferiane” – nel 2009 così come nei secoli passati – rappresentano un banco di prova di grande interesse (Heiss 2007).

Il progetto meranese “Arrivi & partenze”, recentemente sfociato in una mostra articolata in una ventina di pannelli e in alcune aree tematiche, ha avuto innanzi­tutto lo scopo di comunicare ai cittadini di questa terra di confine alcuni aspetti della loro storia recente che spesso risultano solo ai margini delle ricostruzioni storiografiche ufficiali. L’idea di fondo è che la storia dell’antica capitale del Tirolo è fatta anche – se non soprattutto – di arrivi e di partenze. Ovvero di persone che vengono e che vanno, di ondate migratorie più o meno consistenti, stratificatesi nel corso dei secoli e non concentrate solamente nel periodo che segue la conclusione della Grande Guerra. Si intuisce facilmente come questa particolare prospettiva possa avere di per sé anche una ricaduta culturale e dunque politica.

2. La città sul confine

Il nuovo studio sulla storia della città di Merano mi ha visto coinvolto in prima persona e perciò qui ne parlo consapevole dei limiti che questo fatto può comportare. Del resto i risultati sono accessibili a tutti e dunque ciascuno potrà con cognizione di causa valutare personalmente quanto verrà detto e quanto è stato fatto.

La ricerca ha un precedente. È l’inchiesta sulla storia della frazione meranese di Sinigo, pubblicata del volume “Con i piedi nell’acqua” (Valente/Ansaloni 1991). L’indagine storica, svolta nel 1990, non aveva come scopo principale la rico­struzione storica in sé. Intendeva piuttosto giungere a poter comunicare ai sinighesi che la loro frazione “ha una storia da raccontare” e che questa storia non è avulsa dalle vicende del Sudtirolo, del Tirolo e dal contesto più ampio nel quale si colloca la storia regionale. La conseguenza più immediata di questo lavoro è per­cepibile a livello di sentire comune e di mentalità: oggi Sinigo è ritenuta dai suoi abitanti e dagli operatori culturali altoatesini più attenti come un luogo “della storia” e non più una località “senza storia”1. Questo senza avere la necessità di esprimere giudizi di valore su quella storia che da ognuno, in definitiva, è percepita come propria.

La nuova ricostruzione della storia di Merano, rivisitata come possibile chiave di lettura delle vicende tirolesi degli ultimi secoli, è partita nel 2002. Il fatto che essa sia stata voluta dal Comune di Merano, Assessorato alla cultura, che peraltro ha lasciato completa libertà di studio e di espressione all’autore della ricerca, riconduce a quanto accennato all’inizio, in merito alla relazione “necessaria” tra politica e storia.

Si è scelto da subito di adottare una prospettiva particolare e per certi versi provocatoria: le relazioni dei meranesi “di lingua italiana” con le altre comunità e gli altri gruppi culturali presenti in città, e questo almeno dal Medioevo a oggi. Ne sono usciti tre volumi tutti dedicati a ricomporre i “Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea” (Valente 2003, 2004, 2005). Alla trilogia è seguito un libro di racconti (“La città sul confine”, Valente 2006) e infine un volume (“Merano. Breve storia della città sul confine”, Valente 2008) pensato anche per un uso scolastico e attualmente utilizzato nelle scuole della città del Passirio.

Ciò che emerge da quest’avventura narrativa e storiografica è la natura di Merano, del Sudtirolo e del Tirolo storico come realtà di frontiera. Ovvero come una situazione fatta di contrasti, di reciproche contaminazioni, di incontri e di scontri a gradazioni più o meno sfumate. Una città che è al tempo stesso muro e ponte, che è stretta tra i monti ma è anche “porto di mare”, un luogo in cui il nero e il grigio sono insidiati nella loro monotonia da un’infinità di altre tinte e colori.

Il confine è il luogo della contraddizione. Allo stesso tempo linea che separa e tratto che unisce. Nel medesimo istante il luogo del contatto e quello della frattura. È fantasia e pur sempre realtà. Creazione umana eppure, per certi versi, un limite imposto dalla natura. Il confine è il luogo dove si creano, si incontrano e si confondono le identità, dove scoppiano le contraddizioni, dove è necessario lavorare ogni giorno per favorire la comunicazione e per scacciare i fantasmi del pregiudizio e dell’odio. È sul confine che fioriscono i nazionalismi, l’odio etnico, il razzismo, l’antisemitismo. Ed è là che la gente, le culture, le idee si incontrano e si fecondano le une le altre. Il confine è un luogo che inquieta e non lascia tranquilli.

3. Una storia fatta di arrivi e partenze

Il progetto “Arrivi & partenze” ha scelto come luogo simbolo la stazione. Una stazione ferroviaria è la porta della città. È una frontiera perché si pone a cavallo tra dentro e fuori. Il treno, la ferrovia e la stazione hanno accompagnato e accompagnano l’esposizione2 come un filo conduttore. Danno una chiave di lettura preliminare ai pannelli che si articolano in quattro aree tematiche principali.3

La prima area è stata dedicata alla “città di cura”. La Merano turistica, centro di fama internazionale, si sviluppa nel corso dell’800. Persone che arrivano, persone che partono, sono loro che fanno scoprire a Merano la sua vocazione all’ospitalità. I meranesi, dopo secoli vissuti ai margini della storia, dischiudono ora le porte cittadine a uomini e donne che giungono da ogni parte d’Europa. La città, prima circondata da mura, deve aprirsi al confronto con chi viene da fuori ed è portatore di altre idee, abitudini e visioni del mondo.

Ma dietro la Merano appariscente c’è una “città che non si vede”. I grandi alberghi, le ville, il Kurhaus, il teatro, gli impianti termali, le strade, la ferrovia, tutto ciò per essere realizzato ha bisogno di architetti, ingegneri, tecnici, artigiani e molti operai. I lavoratori che operano nei diversi cantieri edilizi arrivano dai quattro angoli dell’Europa. Essi rappresentano la Merano “dietro le quinte”, quella che non appare nei prospetti turistici e sui manifesti. Quella che arriva e che parte nel silenzio dei libri di storia. Essi contribuiscono però in modo determinante a far sì che la città assuma un volto sempre più cosmopolita e plurilingue, a rendere la “città sul confine” un po’ più europea, un centro nel quale persone e idee si incontrano, si scontrano, comunicano.

La seconda area è stata riservata ai rapporti tra tradizioni e culture. A fianco dei cittadini di lingua tedesca e italiana, nel corso dell’800 arrivano russi, inglesi e molti altri, persone di confessione evangelica, anglicana, ortodossa e di religione ebraica. A poco a poco prendono forma e sostanza le loro piccole e composite comunità.

La reazione dei meranesi, alla vista di nuovi aspiranti concittadini, è stata spesso quella della paura di perdere una propria supposta immutabile identità. Tra fine ’800 e inizio ’900 divampano i nazionalismi e trovano nuova linfa le intolleranze in campo religioso e culturale.

La terza area ha dato spazio alle due guerre mondiali. La guerra è soprattutto il tempo della partenza. I giovani partono per il fronte, i prigionieri politici per i campi di internamento. Ma c’è anche chi arriva. Sono innanzitutto i meranesi feriti, poi i prigionieri, i profughi e gli sfollati. Durante la seconda guerra mondiale, come centro ospedaliero, Merano è al riparo dai bombardamenti. Vi arrivano una miriade di unità militari e di alte personalità del Reich, vi si insediano il quartier generale della famigerata “operazione Bernhard”, la missione navale giapponese, l’amante di Mussolini, Claretta Petacci.

L’ultima area tematica si è occupata dei maldestri tentativi di dare “soluzione” alla diversità e della “tentazione della monocultura”. Secondo l’impostazione dei nazionalismi totalitari chi è percepito come diverso deve sparire. Dopo le leggi razziali del 1938 Merano si svuota della sua componente ebraica. Gli ultimi ebrei rimasti in città vengono rastrellati dopo l’8 settembre del 1943 e deportati nei campi di sterminio. Subito dopo la guerra Merano diverrà un crocevia per i reduci dai lager che, avendo perso ogni legame con la propria patria europea, intendono raggiungere la Palestina.

Dal 1939, a seguito degli accordi di Berlino tra Hitler e Mussolini, migliaia di meranesi se ne vanno. Sono coloro che hanno la cittadinanza germanica e coloro che la acquisiscono attraverso l’Opzione. Sempre nel 1939 un provvedimento impone agli stranieri di lasciare il territorio provinciale. Ci penserà poi la guerra, tra il 1939 e il 1940, a dividere il mondo tra amici e nemici. E sarà tempo di nuovi arrivi e di nuove partenze.

La mostra “Arrivi & partenze” non ha inteso e non intende raccontare per intero lo sviluppo storico di Merano. Essa prende le mosse dalla storia della città per interpretarla. Vuole mettere in luce alcuni aspetti di quella storia partendo dall’idea che l’anima di Merano (il suo DNA) si compone, appunto, di infiniti arrivi e di infinite partenze.

Porre l’accento sulla mobilità fisica e culturale che caratterizza la storia di uno dei luoghi più importanti della regione tirolese, l’antica capitale, può avere una ricaduta politica importante perché suscita interrogativi e apre prospettive nuove. Prendere atto della complessità del presente e del passato, partire dal presupposto che tutti facciamo parte di un flusso ininterrotto di “arrivi e partenze” può portare la politica e la cultura altoatesina a guardare con maggiore serenità alle sfide che sempre, sul confine, si legano alle relazioni tra gruppi, lingue, culture e tradizioni.

Note

1 La storia di Sinigo è diventata paradigmatica e ad essa negli anni successivi ci si è ispirati per la pro­duzione di film documentari e pezzi teatrali, l’ultimo dei quali, “L’acqua ci correva dietro” di Andrea Rossi, è stato messo in scena nel 2008 dal Teatro Stabile di Bolzano.

2 La mostra, allestita nei locali del Kurhaus meranese tra fine febbraio e metà marzo 2009, resta a dispo­sizione per essere rimontata nelle scuole o in altri centri culturali. L’esposizione è stata curata da un gruppo di lavoro (facente capo all’Assessore comunale alla Cultura Daniela Rossi Saretto) che racco­glie diverse competenze, composto da Ilaria Degasperi, Carlo Möseneder, Paolo Quaresima, Tiziano­ Rosani, Andrea Rossi, Paolo Valente. Le associazioni culturali meranesi sono state coinvolte per una serie di iniziative collaterali.

3 Altri pannelli sono dedicati allo sviluppo turistico di Merano tra le due guerre e nel secondo dopoguerra, all’espansione urbanistica della città e ad altri aspetti minori.

Riferimenti bibliografici

Heiss, Hans (2007). Treibsätze der Geschichtspolitik. Die Gedenkfeiern der Tiroler Erhebung 1909–2009, in: Geschichte und Region/Storia e regione, XVI (2), 118–146

Di Michele, Andrea (2004). La fabbrica dell’identità. Il fascismo e gli italiani dell’Alto Adige tra uso pubblico della storia, memoria e autorappresentazione, in: Geschichte und Region/Storia e regione, XIII (2), 75–108

Valente, Paolo (2003). Il muro e il ponte. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea, Vol. 1, Italiani a Merano prima della Grande Guerra, Trento: Temi

Valente, Paolo (2004). Nero ed altri colori. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea, Vol. 2, Italiani a Merano tra Austria ed Italia (1914–1938), Trento: Temi

Valente, Paolo (2005). Porto di mare. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea, Vol. 3, Italiani a Merano tra esodi, deportazioni e guerra (1934–1953), Trento: Temi

Valente, Paolo (2006). La città sul confine. Storie meranesi di uomini e fantasmi, Milano: OGE

Valente, Paolo (2008). Merano. Breve storia della città sul confine, Bolzano: Raetia

Valente, Paolo/Ansaloni, Claudio (1991). Con i piedi nell’acqua. Sinigo, tra bonifica e fabbrica. Storia di un insediamento italiano nell’Alto Adige degli anni Venti, Bolzano: Sturzflüge

Abstracts

Ankünfte & Abfahrten.
Die Stadt an der Grenze und die ­Identitäten in Bewegung

In Meran, der alten Tiroler Landeshauptstadt, hat eine Arbeitsgruppe eine Ausstellung zusammengestellt, mit der die Geschichte der Stadt als Ergebnis eines ständigen Flusses von „Ankünften & Abfahrten“ vermittelt werden sollte. Kann eine auf diese Art erzählte Regionalgeschichte den politischen Instrumentalisierungen entgehen, zumal die Wurzeln politischer Ereignisse in Südtirol mehr oder weniger immer in die Vergangenheit zurückreichen?

Die Ausstellung will eine lang andauernde Forschungsarbeit über Meran präsentieren, die in den letzten Jahren durchgeführt worden ist. Die Geschichte der Stadt wurde dabei unter besonderer Berücksichtigung der Beziehungen zwischen Gruppen, Sprachen und kulturellen Traditionen rekonstruiert.

„Ankünfte & Abfahrten“ will nicht die gesamte historische Entwicklung Merans erzählen. Vielmehr geht die Ausstellung von der Geschichte der Stadt aus, um diese zu interpretieren, und zeigt deshalb auch nur einige Aspekte dieser Geschichte. Dabei wird davon ausgegangen, dass sich die Seele Merans aus unzähligen Ankünften und unzähligen Abfahrten zusammensetzt.

Gnüdes y partënzes.
La cité söl confin y les identitês en movimënt

A Maran, tla vedla capitala dl Tirol, à n grup de laûr metü adöm na mostra, tres chëra che al dess gnì trasmetü la storia dla cité sciöche resultat de n movimënt permanënt de „gnüdes y partënzes“. Po la storia regionala cuntada sön chësta manira ti sciampè ales stromentalisaziuns politiches, dal momënt che les raîsc de avenimënc´ politics te Südtirol branc´ia plü o manco dagnora zoruch tl passè?

La mostra se tol dant da presentè n laûr lunch de archirida sön Maran, che é gnü fat te chisc ultimi agn. La storia dla cité é gnüda recostruida tignin particolarmënter cunt dles relaziuns danter grups, lingac y tradiziuns culturales.

„Gnüdes y partënzes“ n’ô nia cuntè sö döt le svilup storich de Maran. Plütosc va fora la mostra dala storia dla cité, por interpretè chësta, y mostra porchël inc´e ma n valgügn aspec´ de chësta storia. Insciö aràton che l’anima de Maran sides metüda adöm da n gromun de gnüdes y da n gromun de partënzes.

Arrivals and departures. The city on the ­border and the identities on the move

In Meran, Tyrol’s old capital, a working group has arranged an exhibition which is supposed to portray the city as the result of a constant flow of “arrivals and departures”. Can regional history, told like this, be saved from political exploitation even though the reasons for political events in South Tyrol more or less always reach back into history? The exhibition wants to present intensive research work about Meran which was conducted in the last few years. The history of the town was reconstructed with special regard to the relations between groups, languages and cultural traditions.

“Arrivals and departures” does not intend to tell the whole historical development of Meran. The exhibition rather sets out from the history of the town in order to interpret it and therefore only a few aspects of this history will be displayed. But the main assumption is that the soul of Meran consists of innumerable arrivals and innumerable departures.