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Roberto Colletti

Verso il terzo statuto

L’Adige, Corriere del Trentino e Trentino: articoli di cronaca ed interventi

Towards the Third Statute

L’Adige, Corriere del Trentino e Trentino: news articles and media ­comments

Abstract Any discussion on autonomy issues in Trentino reflects the past and the historical reasons that justify the special autonomy Trentino is vested with, that is, living together peacefully and good governance within the larger European framework. It focuses less on promoting autonomy as a tool for enhancing the Italian so-called differentiated regionalism. The analyses of news articles and media comments published throughout the year 2017 show this, especially those that most closely accompanied the work of the Consulta. With only a few exceptions, politics itself – after the no-vote to the constitutional reform on 4 December 2016 – was almost invisible in fostering the participatory process tasked with the elaboration of a revised Statute. Any major debate was postponed to after the general elections on 4 March 2018 and the provincial election round in autumn 2018. The analysis of news articles and media comments confirms a “romanticized” view of the autonomy in Trentino, instead of concentrating on the necessity to revise the autonomy in the face of current challenges. It will be up to the new legislature to decide which aspect to prioritize.

1. Introduzione

All’inizio del 2016 la Provincia autonoma di Trento, con l’istituzione della Consulta, decise di promuovere (art. 1 legge provinciale 1/2016) “un ampio processo di partecipazione della società civile trentina per favorire il coinvolgimento dei cittadini e delle parti sociali nella definizione dei contenuti di riforma dello Statuto speciale” per il Trentino-Alto Adige/Südtirol. Oggi, a fine gennaio 2018, è lecito chiedersi: l’obiettivo è stato realizzato? In attesa del documento finale del progetto di riforma, ogni risposta sarebbe prematura. Si può, invece, valutare il successo o meno del processo di partecipazione ai lavori della Consulta da parte della “società civile”. Questo breve giro d’orizzonte si limiterà a considerare, cercando di coglierne il senso generale, articoli di cronaca ed interventi apparsi sui tre quotidiani della provincia – l’Adige, Corriere del Trentino e Trentino – negli ultimi mesi del 2016 e nel corso del 2017.

1.1 Qualche numero

Per gli amanti dei numeri segnaliamo che dal settembre 2016, mese di effettivo inizio dell’attività della Consulta, alla fine del 2017 gli uffici stampa del Consiglio e della Giunta provinciale hanno registrato 52 articoli (16 nel 2016, i rimanenti 36 nel 2017) riferiti specificamente al lavoro della Consulta (cronache delle sedute, dichiarazioni dei membri ecc.). Molto più numerosi, invece, gli editoriali, i contributi, le interviste e le lettere dedicate, sempre nel medesimo periodo, al tema dell’autonomia, ma senza specifico riferimento ai lavori della Consulta: 398 presenze totali (94 nel 2016 e 304 nel 2017).

I numeri, però, poco dicono dei contenuti. Perciò merita rilevare subito – più avanti gli approfondimenti – che il “nodo” problematico, e non poteva essere altrimenti, concerne la costituzione e le competenze della nuova Regione, alla quale si assegna un ruolo, certamente diverso da quello oggi svolto, ma comunque di attivo collegamento tra le due Province autonome.

Altro tema sempre presente, anche se per comprensibili ragioni meno dichiarato, riguarda la deludente partecipazione dei cittadini alle consultazioni pubbliche. Ci si potrà chiedere il perché di una, tutto sommato, rilevante presenza editoriale contro la scarsa partecipazione agli incontri ed una pressoché inesistente discussione sui temi puntuali proposti dall’organismo.

Due le possibili risposte. La componente politica della Consulta (9 consiglieri provinciali sui 25 membri) una volta caduta la riforma costituzionale non ha più ravvisato l’urgenza di un tema che, comunque, è destinato ad approdare all’Assemblea provinciale. In secondo luogo le designazioni di enti ed associazioni hanno creato una concentrazione di figure accademiche (8 docenti universitari che salgono a 9 considerando il curriculum di un consigliere provinciale) buona parte delle quali provenienti da giurisprudenza. Nulla di male, naturalmente. Ma una tale presenza qualificata, forse, ha condizionato in senso tecnico il confronto, privilegiando la logica normativa, se così si può dire, ad un dialogo politico e culturale difficilmente traducibile in articoli e commi, ma certamente più appassionante.

Tuttavia, al di là della partecipazione, i numeri sopra ricordati dicono che l’autonomia è ben presente nel dibattito pubblico. Inoltre, non è possibile segnare un confine preciso tra un intervento suscitato dalla Consulta ed un contributo su un tema presente da anni sulle pagine dei quotidiani. Ma ora vediamo, senza pretesa di completezza, quanto è apparso sulla stampa.

2. La revisione

“Lo Statuto del 1972 va aggiornato. Da allora ad oggi sono cambiate le dinamiche sociali, economiche, istituzionali. Una revisione è indispensabile per progettare il futuro delle nostre comunità”. Così Bruno Dorigatti in un’intervista rilasciata al quotidiano Trentino (citato in Colletti 2017). Il presidente del Consiglio provinciale si riferiva alla Consulta che, istituita nel gennaio 2016, nove mesi dopo aveva iniziato l’elaborazione del progetto da consegnare entro settembre 2017. Alla scadenza era pronto solamente il documento preliminare sulla base del quale aveva avuto inizio il confronto con enti, associazioni e cittadini, obbligando alla proroga dei termini. Ora si attendono gli orientamenti generali che aiuteranno (forse) i consigli provinciali di Trento e Bolzano e, infine, il consiglio regionale a licenziare una proposta di terzo Statuto (forse) comune. Se ciò non avvenisse sarebbe un segnale di debolezza per l’autonomia.

2.1 La prudenza

L’“indispensabile revisione”, insomma, procede lentamente. Tra le ragioni di tanta prudenza ce n’è una più evidente ed una seconda meno, ma probabilmente più seria. La prima, come già accennato, riguarda il referendum del 4 dicembre 2016 che bocciò la legge costituzionale Renzi-Boschi la quale, tra le molte altre cose, rivedeva profondamente i rapporti tra Stato e Regioni, comprese le “speciali”. Era urgente, dunque, adeguare o rivedere tempestivamente lo Statuto. Il risultato del voto, però, attenuò la pressione consentendo di affrontare la questione con maggior agio. La seconda ragione nasce dalle diverse idee di autonomia che stanno emergendo in Trentino ed in Alto Adige/Südtirol. Idee non nuove, ma che nel corso dei 45 anni di “separazione” politica ed amministrativa delle due Province hanno avuto modo di confermarsi. Se in Alto Adige/Südtirol il conflitto pacificato e regolato tra gruppi linguistici da una parte ed il conflitto della minoranza germanofona verso lo Stato italiano dall’altra sono le chiavi interpretative del passato e del futuro, in Trentino sembra prevalere un’idea “romantica” di autonomia, alimentata dalla mitografia di un “passato storico” di comune sudditanza imperial-regia poi sviluppatosi in pacifica convivenza regionale.

2.2 Tra autodeterminazione e autogoverno

Diversità di visioni che non è sfuggita a Jens Woelk, vicepresidente della Consulta, il quale ha sottolineato come in Alto Adige/Südtirol si sia sviluppata una visione quasi autosufficiente di “autonomia integrale” la quale, sotto la spinta del mai sopito richiamo all’autodeterminazione, immagina una Regione ancor più spogliata delle ormai residuali competenze e funzioni e ridotta al minino istituzionale. In Trentino, invece, prevale un meno intenso sentimento identitario (di Heimat), una generale identificazione con le “buone tradizioni dell’autogoverno” ed una distinzione minore nei confronti dello Stato (Woelk 2017). Una descrizione confermata dall’indagine commissionata dalla presidenza del Consiglio provinciale nell’estate 2016 che rileva come l’autonomia regionale per i trentini poggi sulle “basi storico-culturali” per il 56 per cento del campione e solamente per 21,56 per cento essa si giustifichi per “la presenza di minoranze linguistiche” (KBS Italia 2016). Gli intervistati si sono inoltre detti convinti (71,6 per cento) che, tra le cinque regioni a statuto speciale, sia la Provincia di Trento a realizzare la gestione “più virtuosa” dell’autonomia, che il resto del Paese viva questa specialità come un privilegio (71,6 per cento) e che il Trentino deve proteggere più di altri le ragioni storico-culturali della propria specialità.

2.3 Il sondaggio

Un quadro non proprio confortante. Tanto più che l’indagine, realizzata prima del referendum costituzionale e, dunque, in una fase di attenzione e sensibilità sul rapporto Stato-Regioni, alla richiesta di esprimere un giudizio sulla legge Renzi-Boschi ha registrato il 57,08 per cento di “non so”, il 22,64 per cento di valutazioni “negative” ed il 20,28 per cento di “positive”. Se a quest’incertezza si aggiunge il risultato del voto sulla riforma – bocciata a Trento (54,30 per cento) con un risultato quasi identico a quello nazionale (59,95 per cento), ma approvata a Bolzano (63,69 per cento) con un risultato simmetricamente capovolto – si ha la conferma di quanto il Trentino sia più vicino alle tendenze nazionali, diversamente da un Sudtirolo ove agiscono orientamenti diversi. Insomma torna, seppure in un clima affrancato dalle tensioni di quegli anni, l’immagine delle “due case sotto un tetto” di Claus Gatterer o quella di una convivenza di “separati in casa” garantita dal secondo Statuto.

3. La partecipazione

Tutte queste evidenze, tuttavia, non sembrano aver procurato alcuna tensione nella paciosa percezione trentina della propria specialità. Le numerose iniziative della Consulta per coinvolgere nell’elaborazione della proposta un pubblico che andasse oltre le audizioni dei rappresentanti delle associazioni e delle categorie economiche, hanno registrato partecipazioni così scarse che lo stesso presidente Rossi, in occasione del convegno organizzato da Roberto Toniatti dell’Università di Trento e membro della Convenzione bolzanina, si è rammaricato di tanto disinteresse: “Mi aspettavo più partecipazione dalla politica, dai gruppi consiliari ed anche dai cittadini” (citato in Voltolini 2017). A quell’incontro partecipò anche Gianpiero D’Alia, presidente della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Così come in altre occasioni – il convegno sulla “Genesi delle autonomie speciali” organizzato da Luigi Blanco dell’Università di Trento, gli incontri della Scuola Langer, del Centro Studi Storici dell’Europa Orientale, del Circolo Rosmini – si sono registrati interventi e confronti di grande interesse, ma con scarsa risonanza. Come se la questione preferisse essere trattata in luoghi certamente pubblici, ma non istituzionali.

3.1 Nuove convenienze

Se la Consulta non scalda i cuori, ciò non significa che non si parli e non si scriva di autonomia. Da qualche anno, per esempio, le imprese e l’economia mostrano un interesse al mercato “regionale”, anche se sono soprattutto le iniziative e gli investimenti altoatesini a muoversi in Trentino. La novità, comunque, è stata registrata, tanto da indurre la Fondazione Museo Storico del Trentino presieduta da Giorgio Postal, ad organizzare un pubblico “Dialogo sull’autonomia” tra i presidenti delle due Camere di Commercio, Michl Ebner e Gianni Bort, per discutere di questa nuova fase nei rapporti interprovinciali e del consolidamento dell’autonomia che può nascere dalle reciproche convenienze (Fondazione Museo Storico del Trentino 2017). L’attivismo sudtirolese, tuttavia, ha suscitato qualche preoccupazione tra i più sen­sibili che hanno paventato una “colonizzazione” da Nord, timori che i presidenti Rossi e Kompatscher, illustrando lo stato dei buoni rapporti tra Trento e Bolzano in un paio di incontri nelle sale del Mart moderati dai direttori dei quotidiani “l’Adige”, Pierangelo Giovanetti, e del “Trentino”, Alberto Faustini, hanno escluso. Confermando, invece, la volontà di rafforzare i rapporti tra le due Province sui molti terreni ove la collaborazione ha già dato concreti risultati sia nei rapporti con il governo, sia nelle possibili collaborazioni in materia di trasporti, previdenza, sanità. Insomma: due autonomie sì, ma sotto un unico Statuto (Faustini 2017).

4. Autonomia provvisoria?

Una curiosità: più nel corso del 2017 si manifestava l’efficacia delle concrete collaborazioni tra Trento e Bolzano, più le opinioni sul futuro dell’autonomia si volgevano al passato con richiami alla comune “storia secolare”, alla “pacifica convivenza”, alla radicata esperienza di “autogoverno”. Tutte cose belle ed importanti, sia chiaro, ma astratte, con rari riferimenti agli atti parlamentari e di governo, pur segnalati dalle cronache, che nel corso della legislatura ed in particolare nella sua fase finale hanno rafforzato – personale giudiziario, concessioni idroelettriche e concessione Autobrennero, solo per rammentarne alcuni – le due Province autonome (cfr. Tonini 2017). Tanto che già in aprile il senatore Karl Zeller, nel corso di un incontro sulla storia regionale con l’onore­vole Lorenzo Dellai, ammetteva che la lunga fase dell’autonomia “dinamica” si poteva considerare conclusa: “Ormai siamo come uno stato sovrano, o quasi”. Aggiungendo subito dopo, però, che bisognava impegnarsi a fondo per consolidare quanto sin qui ottenuto, preparandosi ai “tempi difficili” che s’annunciavano per le autonomie.

Il terzo Statuto, comunque, sinora non ha riscosso grande attenzione da parte dei partiti e dei gruppi consiliari. Ha occupato, invece, le pagine dei quotidiani. Centinaia di interventi in un anno non sono poca cosa. Tanto più che il tema era discusso sulla stampa sin dal novembre 2014, quando con l’editoriale “L’Autonomia è provvisoria?” il direttore del “Trentino” Alberto Faustini, aprì la strada, a progetto di riforma costituzionale avviato, ad una lunga serie di contributi ognuno dei quali proponeva la propria visione della Regione e dei suoi destini.

5. Le opinioni

Ora, prima di tentare la sintesi delle opinioni su cosa sia stata e cosa dovrebbe essere l’autonomia, ci si deve porre la domanda di quanto questo profluvio di idee rappresenti i sentimenti della maggior parte dei cittadini o non, piuttosto, le convinzioni di quella piccola parte della comunità che si è presa la briga di scrivere ad un giornale. Le firme pubblicate negli anni, a ben vedere, se non proprio le stesse, certamente non cambiano di molto e con ogni probabilità l’età degli autori si colloca in una fascia d’età alta. La domanda, ce ne rendiamo conto, per ora è senza risposta, ma andava egualmente posta. Per dare un poco d’ordine a tutta la varietà dei contributi l’accorgimento più semplice è di raggrupparli per grandi temi, precisando che in questa sede è stato preso in esame solamente quanto pubblicato dai quotidiani, ma non riguarda i lavori della Consulta i cui documenti sono disponibili on line sul sito della Provincia, nonché ben sintetizzati dal periodico Consiglio Provinciale Cronache.

5.1 Fondamenti storici

Le eccezioni sono rarissime: pressoché tutti gli interventi individuano le basi dell’autonomia regionale nella “cultura alpina” e nella “secolare storia” che ha visto con­vivere Trentino e Sudtirolo nell’ottocentesco Tirolo austro ungarico. Di quell’epoca raramente si menzionano le richieste d’autonomia avanzate dall’allora minoranza italiana, né le tensioni che caratterizzarono i rapporti tra Trento ed Innsbruck. Del Novecento in genere s’ignora il drammatico ventennio fascista e la storia sembra iniziare con il primo Statuto del 1948. Ed anche così, pochi ricordano l’avversione anti-regionale di Bolzano per la gestione centralistica dell’autonomia esercitata da Trento – il “Los von Trient” è quasi rimosso – ed il compiacimento si concentra sull’esperienza nata dalla progressiva separazione, ma questo non pare colpire alcuno, consentita dal secondo Statuto del 1972. Da allora, del resto, sono trascorsi 45 anni. Sono la memoria di un’intera generazione (quella che scrive ai giornali?) che ha vissuto e tutt’ora vive la fase, sinché durerà, delle “magnifiche sorti e progressive” di un’autonomia sino ad oggi sempre più ricca e quieta. Solamente qualche raro intervento ed il documento preliminare della Consulta, che pochi hanno citato, ricordano che il fondamento storico-politico della specialità poggia sull’accordo De Gasperi-­Gruber del 5 settembre 1946, il quale esordisce:

“Gli abitanti di lingua tedesca della Provincia di Bolzano […] godranno di completa eguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro di disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca.”

L’autonomia, insomma, nasce con un chiaro e definito scopo: la tutela del gruppo linguistico tedesco. Gli sviluppi successivi al 1946 – anni caratterizzati da tensioni permanenti ed insanguinati dal terrorismo sudtirolese – si sono risolti, grazie alla volontà dell’Italia di ottenere la clausola liberatoria Onu rilasciata nel 1992 e, grazie all’azione di mediazione lungimirante di pochi politici trentini e sudtirolesi, nella redazione del “pacchetto”. Sfociando, infine, nel varo del secondo Statuto con l’ampia tutela del gruppo linguistico tedesco. Un percorso lungo, complesso e per molti aspetti drammatico. Che in tempi di quiete non si evochino i conflitti del passato è comprensibile. Ma ignorare, tanto più in una fase di revisione statutaria, le ragioni profonde ed ancora vive (il diritto all’autodeterminazione sudtirolese serpeggia nel documento finale della Convenzione) non è un buon viatico per una rilettura dello Statuto. Eppure nella maggior parte degli interventi pubblicati sui quotidiani trentini la questione, quando la si ricorda, sembra appartenere ad un passato lontano e definitivamente concluso.

5.2 Convivenza

È la parola ricorrente. Il risultato di un’intelligente e faticosa operazione politica è divenuto il solo fondamento della condizione attuale. Ma, anche in questo caso, ignorare le crepe ricomposte su cui poggia la costruzione la rende fragile. In una stagione in cui nazionalismi e populismi si ripropongono in tutt’Europa con il rischio concreto di riaprire quelle fratture, meglio sarebbe tener ben presenti le vicende regionali, nemmeno troppo lontane. La considerazione vale anzitutto per il Trentino (in Alto Adige/Südtirol il passato è ancora presente) che vive la “convivenza” con Bolzano come un rapporto di buon vicinato geografico nato dalla comune e talvolta idealizzata sudditanza imperial-regia. Poco o nulla sapendo dell’altra convivenza, quella degli italiani della provincia di Bolzano, fatta di patentini, concorsi pubblici e case popolari soggetta alla proporzionale etnica. L’idea di convivenza che emerge dalle pagine trentine, dunque, si limita a descrivere una soluzione politico-istituzionale positiva da proporre come modello di risoluzione di conflitti etnici e di confine. Cosa senz’altro vera, ma si tratta di un “brevetto” sperimentato a spese di altri, in questo caso degli italiani dell’Alto Adige/Südtirol. Negli interventi questa consa­pevolezza appare raramente, resta solamente il tributo all’intuizione dello statista Alcide De Gasperi che sopì, ma non troncò, il separatismo sudtirolese con un’autonomia estesa dal Brennero ad Ala.

5.3 Quanta Regione?

La romantica accezione trentina della convivenza si può spiegare come conseguenza della politica della Svp pervicacemente contraria ad ogni forma di collaborazione – e quindi di conoscenza reciproca – tra Trento e Bolzano: realizzata con il progressivo svuotamento dell’ente Regione e completata con il rovesciamento dell’assetto istituzionale tripolare (legge costituzionale 16 febbraio 2001 n. 2) che ha posto le due Province a suo fondamento e non più viceversa. La Regione del 1972, di fatto, è morta. Dai contributi trentini, così come dal documento preliminare della Consulta, emerge, tuttavia, l’opinione unanime che la Regione sia tuttora il comune quadro istituzionale delle due autonomie. Si ipotizzano competenze e funzioni più o meno estese in capo all’ente comune, ma la sua necessità è ribadita con nettezza. Non l’ectoplasma immaginato da gran parte della Convenzione sudtirolese, bensì un modello di autogoverno e di convivenza spendibile anche in prospettiva europea (Tessari 2017), nonché positiva sperimentazione federalista (Ballardini 2017). Suggerimenti più specifici hanno prefigurato un innovativo “Alto rappresentante delle Province autonome”, strumento da utilizzare per le partite di natura extra provinciale (energia, acqua, trasporti…), aggiungendo con ciò alla tutela dei gruppi linguistici – unico principio oggi presente nello Statuto – quello della cooperazione strutturata tra due territori (Raffaelli 2017). Altri ancora, rilevando come la duplicazione degli enti di gestione provinciali in seguito alla massiccia acquisizione di competenze abbia accresciuto l’inefficienza complessiva delle due amministrazioni, hanno indicato nella “nuova Regione” lo strumento per recuperare efficienza e risorse (Zulberti 2017).

Su questo piano si sono manifestati anche orientamenti politicamente più impegnativi. Confortato dai risultati ottenuti a Roma grazie alla collaborazione interprovinciale, il presidente della Provincia Ugo Rossi, in un suo intervento (Rossi 2017) ha immaginato la futura Regione fondata sulla sussidiarietà, impegnata nei compiti che Province e Comuni non sono adatti a gestire con efficacia. Un istituto a “geometria variabile”, ha spiegato, in cui unire le forze e le politiche che vanno oltre le dimensioni provinciali, come sperimentato con successo nella definizione del Patto di garanzia del 2015, della concessione dell’Autobrennero e delle competenze sulle centrali idroelettriche. È l’affermazione, in altre parole, della necessità pratica di una dimensione inter e sovraprovinciale, dunque regionale, che sia Rossi, sia Kompatscher hanno mostrato di condividere in più occasioni. Solo quando il Consiglio regionale affronterà il tema della riforma dello Statuto, si capirà quale forma assumerà questa comune esigenza.

5.4 Il “caso” Mentana

Forse è eccessivo definirlo così, ma la perentoria affermazione del direttore del telegiornale La7, secondo il quale le autonomie speciali godono di immotivati privilegi e non hanno più senso dato che oggi “non c’è differenza tra un giovane trentino ed un veronese”, ha provocato un vespaio di reazioni. Enrico Mentana parlava in un incontro pubblico a Trento, suscitando l’applauso dei molti giovani presenti. Nei giorni seguenti è seguita una raffica di interventi contro il giornalista reo – queste le “accuse”– di pulsioni centralistiche, di arroganza e di ignoranza della cultura e della storia di una regione di confine che ha saputo superare le tensioni e realizzate una convivenza pacifica. Rarissime le voci di chi, rammentando l’eguaglianza dei diritti di cittadinanza, obiettava che la “specialità” di cui godono i trentini andava, in effetti, giustificata (Nevola 2017). Il bisticcio ha fatto sì che gli argomenti messi in campo risultassero alla fine mal posti o, comunque, mal interpretati. La vicenda ha tuttavia fatto notare come la “comunicazione” dell’esperienza autonomistica sia insufficiente, carenza tanto più grave in una fase di recrudescenti spinte centralistiche (Marcantoni 2017). Nell’affastellarsi di condanne e reprimende, Alberto Faustini con ingannevole levità si è domandato se Mentana avrebbe detto le stesse cose se avesse parlato a Bolzano. Probabilmente no, ma la risposta non riguarda Mentana. Il problema segnalato dal direttore del “Trentino” e dell’“Alto Adige/Südtirol”, riguarda piuttosto le due autonomie speciali che da 45 anni riducono la convivenza al minimo. Una differenza percepita all’esterno. E non sempre basta spiegare che “qui da noi” si è attuato “il buon governo”.

5.5 La doppia cittadinanza

L’altro caso polemico è merito del neo cancelliere austriaco. Nel discorso d’insediamento il conservatore Sebastian Kurz ed il suo vice, il leader della destra radicale Heinz-Christian Strache, hanno promesso ai cittadini sudtirolesi di lingua tedesca e ladina che essi potranno ottenere, se la richiederanno, la cittadinanza austriaca. L’annuncio ha suscitato tra gli italiani dell’Alto Adige/Südtirol il comprensibile timore di nuove tensioni e di “schedature etniche”. In Trentino, oltre alle generali perplessità per un’iniziativa di esclusiva competenza dei governi nazionali, ha invece eccitato le corde degli autonomisti-tradizionalisti che con entusiasmo hanno chiesto l’estensione del doppio passaporto anche ai trentini “in particolare a quelli nati sotto l’Austria e che hanno combattuto per l’Austria”. Altri hanno calcolato che sarebbero “almeno 50 mila le persone alle quali questo diritto è negato perché i loro avi erano emigrati prima della fine della Grande Guerra” e per altri ancora “la proposta va aperta a tutti i trentini che dimostrino di avere legami familiari con l’Austria” (sic) (Trentino 2017). La questione, probabilmente dopo chiarimenti sia con Roma che con Bruxelles, non è più stata riproposta con l’iniziale perentorietà dal cancelliere austriaco. Visto l’entusiasmo di una certa parte del Trentino ci si può chiedere, per celia, se Vienna non abbia frenato per il timore di un eccesso di domande di passaporto.

6. E ora?

Il processo per la revisione dello Statuto ha fatto emergere le diverse percezioni che dell’autonomia regionale hanno le due comunità e come i tre quotidiani le hanno riportate. Il documento finale della Convenzione sull’Autonomia – pur accompagnato da ben quattro relazioni di minoranza – indica un chiaro orientamento a favore di un’autonomia provinciale integrale (con richiami all’autodeterminazione), accompagnato dalla volontà di ridurre al minimo il ruolo della Regione. In Trentino invece si registra una percezione dell’autonomia fondata sulla positiva esperienza di autogoverno (sentita più nelle valli che nelle aree urbane) e della “pacifica convivenza” tra territori e gruppi linguistici. Si avverte il rammarico per non saper rappresentare con efficacia all’esterno le ragioni della propria specialità, mitigato però dalla capacità di immaginare nuove collaborazioni su materie che travalicano la dimensione provinciale in materia di trasporti, previdenza, sanità, ambiente. Due prospettive diverse, ma non confliggenti. Il punto critico è un altro.

Consulta e Convenzione sull’Autonomia hanno lavorato in totale separatezza, senza momenti di confronto; le conclusioni di entrambe approderanno ai Consigli provinciali che discuteranno ed approveranno separatamente un proprio documento; le due risoluzioni, infine, saranno discusse dal Consiglio regionale dal quale dovrebbe scaturire la proposta condivisa sulla cui base affrontare il confronto con il governo. Un percorso che pare costruito per esasperare le diversità più che per armonizzarle. In passato la politica trentina e quella sudtirolese hanno saputo comporre tensioni e delineare orizzonti comuni. Oggi le ragioni di preoccupazione nascono da un metodo di lavoro inadeguato e dalla vaghezza (fino ad ora) di una regia che dovrebbe guidare un’operazione complessa come la revisione dello Statuto. Tanto più in una fase di rinnovato centralismo italiano e di recrudescenti nazionalismi europei.

I giornali, in definitiva, hanno ben rappresentato le tensioni interne all’idea che dell’autonomia ha la comunità, ospitando le molte voci che sono espresse sull’argomento. Voci di politici, professionisti, docenti e di cittadini che hanno trovato spazio sulle pagine dei tre quotidiani. Poco presenti, invece, i partiti, o quel che ne resta, i quali hanno rinviato il confronto sul tema al dopo voto. Poco significativo, perciò, conteggiare la distribuzione del numero di righe su questa o quella testata. È un esercizio d’altri tempi e, in ogni caso, avrebbe forse un senso se non fossimo in una fase di confronto aperto, non ancora politicamente strutturato. E chissà quando tali orientamenti matureranno.

Riferimenti bibliografici

Ballardini, Renato (2017), La nostra autonomia da potenziare, in: Trentino, 24.06.2017

Colletti, Roberto (2017), Autonomia: divisi a Roma vuol dire farsi del male, in: Trentino, 23.11.2017

Faustini, Alberto (2017), Io, Arno e l’autonomia, in: Trentino, 09.04.2017

Fondazione Museo Storico del Trentino (2017), Dialoghi sull’autonomia – Atti dell’incontro, Trento, 20.12.2016

Giovanetti, Pierangelo (2017), I sudtirolesi in Trentino. Il nuovo corso, in: l’Adige, 15.01.2017

KBS Italia (2016), Provincia autonoma di Trento, autonomia speciale, opportunità e nuove sfide, ottobre 2016

Marcantoni, Mauro (2017), Mentana superficiale. E i trentini?, in: Trentino, 28.09.2017

Nevola, Gasparre (2017), L’autonomia oggi va giustificata, in: Trentino, 03.09.2017

Raffaelli, Mario (2017), Immaginiamo un’Unione regionale, in: Trentino, 30.06.2017

Rossi, Ugo (2017), La Regione che vorrei, in: Trentino, 03.12.2017

Tessari, Gianpaolo (2017), Autonomia fondata sulla storia, vale anche per il Trentino, in: Trentino, 14.06.2017

Tonini, Giorgio (2017), Bilancio, autonomia rafforzata, di Giorgio Tonini, in: Trentino, 07.12.2017

Trentino (2017), Doppio passaporto? Crea solo confusione, in: Trentino, 19.12.2017, www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/doppio-passaporto-crea-solo-confusione-1.1477055 (4.4.2018) 

Voltolini, Stefano (2017), Si parla di autonomia, aula vuota, in: Corriere del Trentino, 26.11.2017

Woelk, Jens (2017), Più dialogo tre le Province, in: Trentino, 02.07.2017

Zulberti, Marco (2017), E’ la Regione che fa da modello, in: Trentino, 02.09.2017

La cronaca completa dell’attività della Consulta si può consultare sul sito istituzionale della Provincia autonoma di Trento (www.riformastatuto.tn.it). I resoconti puntuali dei lavori sono pubblicati dal numero 1 del gennaio-febbraio 2016 e successivi dal bimestrale Consiglio provinciale Cronache (www.consiglio.provincia.tn.it/news/pubblicazioni/Pages/Consiglio-provinciale-cronache.aspx).